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Glasser: depressione? No, depressare. E perché autocontrollo è l’ultimo apprendimento e non il primo.

Posted by on luglio 8, 2017 in apprendere come imparare meglio a imparare, AutoDisciplina, autoinganni, Come raggiungere i propri obiettivi, Distinzioni, Educazione, Il potere della distinzione, Imparare, imparare a imparare, Interdipendenza, Muscoli Mentali, percezione, Stratagemmi, Strategie, Strategie d'apprendimento | 0 comments

Glasser afferma che le persone “non sono depresse”, “stanno depressando”. Rendere nuovamente verbo (azione) e non sostantivo ci può aiutare concretamente a capire che per essere in uno stato emozionale dobbiamo compiere azioni e scelte specifiche. È una spiegazione razionale lo so. Eppure se uno razionalizza risulta molto efficace.

Il problema è come metterlo in pratica?

Ricordiamoci intanto che nessuno nasce “imparato” o “imparata” (fatemi passare questo modo di dire sgrammaticato ma molto efficace). Ogni apprendimento necessita di ripetizione per diventare appreso e poi conseguentemente abitudine.

Per prima cosa è importante notare che in termini evolutivi l’educazione quindi l’apprendimento di abitudini avviene SEMPRE con stimoli più esterni che interni; genitori prima, scuola dopo, e nel mentre siamo circondati da leggi e chi fa in modo di farle eseguire.

Usare l’auto apprendimento (autocontrollo) è uno dei modelli MENO efficaci. Usare stimoli esterni è molto più potente e veloce, per per farlo diventare un comportamento interno. L’autocontrollo è l’ultimo apprendimento non il primo. E’ fondamentale comprendere questo, e creare, cercare, comprare se serve quanti più stimoli esterni per aiutarci ad educarci al nuovo apprendimento che con la ripetizione diventerà abitudine quindi autocontrollo (quindi crescita).

Non è forte la mente che si illude di riuscire con i propri pensieri di controllare e crescere se stessa, ma è forte la mente che con azioni esterne obbliga se stessa a migliorare e crescere.

Se si è soli dei postit esterni possono aiutare un po. O dei messaggi o sveglie sul cellulare. Ma risulterà cmq molto facile autosabotarsi. Motivo? Ritornare alle abitudini conosciute vuol dire tornare nella propria zona di confort. Perché il conosciuto ci illudiamo di saperlo gestire meglio di quanto è sconosciuto. E ciò che è ancora sconosciuto ci obbliga (ad essere per un periodo scomodi) ad avere maggiore attenzione, ad usare meno preconcetti, ad impiegare più concentrazione, in pratica fatica ;-).

Risulta molto più potente ed efficace se ci si aiuta tra amici/e o compagni/e farsi, in modo da farsi da reciproco da specchio esterno o stimolo esterno per apprendere nuove abitudini, basta essere in accordo che si sta facendo un esercizio e lui ci sta aiutando. E se vorrà farlo pure lui/lei sarà utile per entrambi. Quindi consiglio di chiedere aiuto, e se non lo trovate, compratelo! Esiste ormai ogni tipo di professionista disposto ad insegnare quello che sa.

I momenti maggiori di crescita in tal senso li ho fatti con un mio amico con il quale l’uno faceva notare all’altro cose che avevamo deciso di farci notare (scusate il gioco di parole). ;-)

Scegliere vuol dire avere anche la consapevolezza di rendere infelice qualcuno. Spesso se stessi.

Posted by on giugno 20, 2017 in Aforismi, Le Chat di Luca e Roberta | 2 comments

Tempo fa ho letto questa frase:
“Scegliere vuol dire avere anche la consapevolezza di rendere infelice qualcuno.”
E io aggiungerei: “Spesso se stessi.”

E questo non vuol dire di aver preso una buona scelta, semplicemente pensare di non avere scelta.

In questi casi Milton Erickson usava chiedere, “in quanti modi puoi uscire dalla stanza?” solo per abituarsi ad aumentare le possibilità invece che ridurle.

Roberta: ci sono molte persone che pensano di non poter uscire dal tunnel e allora sai che fanno? arredano la galleria.
E continua a venirmi in mente la frase “e decise di essere infelice perché costava meno.

Luca: avevo pensato anch’io questa frase, anche che non è una questione di costo in denaro quando emozionale, il dover affrontare le proprie paure.
In questo caso mi ritorna in mente quest’altra frase:

“Non è coraggio se non hai paura.”

Roberta: non è che i costi siano solo economici… io per “costo” in questa frase ho sempre inteso costo in senso ampio…

Luca: Una volta il costo (relativo a quella frase) io lo interpretavo come “impegno da dover mettere” invece oggi mi rendo conto che è sempre una “qualche paura da dover affrontare”.

Roberta: Lo capisci man mano che vai avanti e più esperienze collezioni.

Come controllare le emozioni, errore più diffuso.

Posted by on maggio 11, 2017 in apprendere come imparare meglio a imparare, Comunicazione, Definizione Gerarchia, Definizioni, Distinzioni, Il potere della chiarezza, Il potere della distinzione, Imparare, imparare a imparare, Memoria, percezione | 0 comments

L’errore più diffuso è pensare di controllare la Paura sul nascere. Cercherò di spiegare i motivi di questa idea che diventa una trappola logica.

Intanto questo è un errore che mi capita spesso di sentire o leggere e più genericamente è quello relativo al fatto di poter controllare le emozioni. In tutte questi racconti che sento o leggo l’omissione è sempre relativa al fatto che il soggetto vorrebbe controllare le emozioni “nel momento presente” (e non intendo solo la paura) quando queste scaturiscono.

Perché non possiamo riuscirci in quel modo? Perché le emozioni partono SEMPRE prima dei ragionamenti, (in realtà sono sinergiche e cibernetiche, vedi approfondimento), ed il controllo, oltre ad essere un pensiero di ordine superiore, anche logicamente è qualcosa che agisce “dopo”. E per questo motivo non può “prevenire”, può soltanto “reagire”.

Il motivo è dato anche da una questione evolutiva ed anatomica. Le emozioni si generano in un’area del cervello più antica, e dovevano essere veloci. Milioni di anni fa quando eravamo animali ed il cervello era meno evoluto, l’immediatezza, la velocità dell’impulso di allerta di pericolo (paura, scappa) poteva significare vita o morte. Pertanto questo sistema che ci ha portati a sopravvivere ed evolvere, agisce molto più velocemente dei ragionamenti.

Per dirla con una metafora a livello hardware l’amigdala sta più vicina al sistema nervoso (che invia gli impulsi al nostro corpo) che la parte superiore del cervello, dove facciamo i ragionamenti. E i ragionamenti (e relative decisioni) non sono MAI privi di Emozioni (da test ed esperimenti fatti, persone con necrosi dell’amigdala erano incapaci di decidere oltre che provare sentimenti).

Esiste inoltre una situazione intermedia del “combatti o fuggi” generata dalla sensazione di paura che ci fa fermare di colpo. Questa può dare tempo al cervello di acquisire più informazioni per decidere “se combattere o fuggire o altro”. Tuttavia se l’amigdala fa scaturire la chimica necessaria per trasmettere al corpo sensazioni di paura, questa chimica può tenere in scacco anche la parte razionale del cervello e quindi del pensiero. Quindi in genere la gestione delle emozioni resta qualcosa che agisce a livelli di amigdala e cervello rettile, tuttavia se educata può darci il tempo per far intervenire la parte superiore del cervello, la quale, essendo più lenta, ha bisogno di più tempo per elaborare ragionamenti, strategie e decisioni più complesse.

Pertanto, cattiva notizia: l’emozione non può essere mai anticipata (nel momento presente).

E la buona notizia è che: può essere modificata (per il futuro) cambiando i presupposti su cui si basa (credenze, regole, esperienze, su cui si basano le valutazioni e relative sensazioni).

Altra cattiva notizia: le esperienze passate di paura in genere si radicano velocemente nella memoria a lungo termine. La memoria pertanto agisce da “preconcetto” e ci fa provare emozioni simili molto velocemente in situazioni simili.

Altra buona notizia: il cervello è plastico, attraverso nuove esperienze possiamo cambiare queste associazioni.

Esempio: se proviamo (naturalmente) delle sensazioni di paura verso qualcosa di sconosciuto, nel momento in cui questo diventa conosciuto quelle sensazioni di paura cessano e scompaiono anche definitivamente.

Da cui l’aforisma: la paura teme la conoscenza.

Parlando di emozioni personalmente trovo molto efficace separare il concetto di emozione dal concetto di sentimento dove per sentimento si intende una serie di aspettative che generano un certo tipo di emozione o emozioni, agendo sulle aspettative si agisce sulle relative emozioni.

 

Approfondimento 1: Rappresentazione grafica 2D (semplificata) di un Ciclo Cibernetico.

clicca per ingrandire

Approfondimento 2: Sull’IMPARARE e sulla Memoria a lungo termine.
è un concetto che va da FUORI verso DENTRO e pertanto interagisce con i nostri cicli cibernetici. L’apprendimento cambia (in modo plastico) le connessioni, rielaborazione Dentro verso Dentro, e questo insieme alle emozioni che associamo, contribuisce a portare l’informazione verso la Memoria a lungo termine. Pertanto consiglio di fare attenzione a quali emozioni stiamo provando mentre stiamo acquisendo un nuovo apprendimento.

Aforisma: chi non controlla le proprie emozioni, non controlla le proprie decisioni.

Un’altra conferma della responsabilità della propria comunicazione.

Posted by on maggio 11, 2017 in apprendere come imparare meglio a imparare, AutoDisciplina, Come migliorare la comunicazione, Comunicazione, Comunicazione Assertiva, Comunicazione Non Verbale, Credenze Strategiche, Distinzioni, Educazione, Il potere della chiarezza, Imparare, imparare a imparare, Interdipendenza, Memoria, Muscoli Mentali, percezione, PNL, Strategie d'apprendimento | 0 comments

La comunicazione, come insegna Watzlawick, ha (più o meno) sempre una componente per così dire “manipolativa” (vedi pragmatica della comunicazione umana, dove per pragmatica si intende l’effetto della comunicazione), sta a noi fare in modo che questa manipolazione sia utile o come si usa dire “win to win”, vinco io e vinci tu (o vinci tu e vinco io).

In questo video possiamo vedere come viene ben descritto come la responsabilità di cosa comunichiamo implica anche tutto quello che riguarda l’insegnamento e quindi l’apprendimento.

E si badi bene che non è possibile NON essere responsabili dell’effetto della propria comunicazione, in primo luogo perché equivalerebbe a dire di essere irresponsabili rispetto a ciò che si dice, in secondo luogo perché si passerebbe d’esser senza capacità emapatiche, cioè la capacità di comprendere lo stato d’animo dell’altro e quindi il potenziale o probabile effetto di quanto abbiamo comunicato.

 

 

Ricordo inoltre se come erroneamente qualcuno afferma che non dobbiamo essere responsabili di come gli altri interpretano la nostra comunicazione,
allora semplicemente non esisterebbero nemmeno tutti i problemi legali (oltre che educativi) relativi a cosa si comunica e come, e non esisterebbero termini come diffamazione, spergiuro, dichiarare il falso, turpiloquio, ingiurie, bestemmiare e via dicendo.

Dare e Ricevere, approvazione, appagamento, interdipendenza, connessione, esseri sociali, e cosa c’è sbagliato negli insegnamenti del “tutto dipende da te”.

Posted by on maggio 4, 2017 in Citazioni, Comunicazione, Comunicazione Assertiva, Credenze Strategiche, Definizione Gerarchia, Definizioni, Distinzioni, Educazione, Il potere della chiarezza, Il potere della distinzione, Imparare, Interdipendenza, Le Chat di Luca e Roberta, Stratagemmi, Strategie | 0 comments

In un bel video che vidi tempo fa Alessandro Baricco disse quando i pensieri sono fragili servono molte parole per riuscire ad esprimere un concetto. Bene, questo articolo parla di un fiore fragile, di una intuizioni che cresceva sempre più dentro di me, germinata da un seme piantato nella mia mente dal disaccordo che provavo quando acquisivo insegnamenti provenienti da certe discipline formative, che predicavano l’importanza che io chiamo “individualista”. Quando i miei pensieri sono fragili in genere ne parlo con la mia amica Roberta, perché il suo modo di pensare mi aiuta a mettere in ordine i pensieri. Da quella chat avrei voluto scrivere un articolo, dettagliato e strutturato. Tuttavia ricordo con maggior affetto le chiacchierate di Gregory Bateson con sua figlia che altre parti dello stesso libro “Verso un ecologia della mente”. Così ho deciso di proporvi direttamente la nostra conversazione che intavolai con lei dopo aver ascoltato una intervista di Nikola Tesla dando inizio così a:

Le Chat di Luca e Roberta

Luca:

Nikola Tesla, tratto da un’intervista del 1899 parla del “dolore cosmico” e del fatto che siamo fatti di luce ed energia della stessa energia che è tutta collegata ed in continuo cambiamento. Nikola afferma:

[…] “Ogni volta che una persona a me cara è stata ferita io ho provato del dolore fisico, questo perché i nostri corpi sono fatti della stessa materia e la nostra anima è collegata con dei fili infrangibili […] La scomparsa di una stella e l’apparizione delle comete ci influenzano più di quello che possiamo immaginare. Le relazioni tra le creature della terra sono ancora più forti, perché con i nostri sentimenti ed i nostri pensieri il fiore profumerà ancor di più, o cadrà in silenzio. Noi dobbiamo capire queste verità, il rimedio si trova nei nostri cuori, e nello stesso modo nel cuore degli animali che chiamiamo universo”. […]

Nota: teniamo a mente che Nikola Tesla ha inventato grazie alle visualizzazioni quello che ci consente di utilizzare l’energia elettrica come la conosciamo oggi e che usa un linguaggio di fine 800, che conosceva più di 6 lingue e probabilmente ha fatto scoperte scientifiche andate perdute che com’è successo per Archimede serviranno decine di anni se non più per riscoprirle”. So che lo scettico, come lo sono io affermerà se sono andate perse come è possibile affermare che sono state scoperte? Non è di questo che voglio parlare oggi ma dell’importanza dell’interconnessione.

Nikola Tesla in quell’intervista Parla anche della comprensione e dell’ascolto, ma non in termini di quello che siamo abituati a pensare, qualcosa di molto più ampio. E questo mi fa capire perché abbiamo maggiore empatia quando siamo maggiormente in ascolto dell’altro/a; e non proviamo sentimenti quando non siamo in ascolto, non siamo in comprensione, o siamo in ascolto solo di noi stessi.

Inoltre ripensando a quello che afferma riguardo al fiore, mi fa capire sempre meglio quanto sia errata tutta quella scuola di pensiero che cerca di insegnare di non cercare soddisfazione e approvazione negli altri e con gli altri. I bambini lo sanno benissimo, gli animali anche quanto invece sia importante, a questo punto pare anche le piante.

Noi uomini ci inganniamo che possiamo fare a meno degli altri.

“La felicità è reale quando condivisa” (Happyness is real when shared) scrisse Christopher Johnson McCandless apprendendo purtroppo a costo della vita (descritta nel film Into the Wild).

Nota: ho trattato di questo argomento nell’articolo Quante Verità o Realtà esistono del 26 novembre 2010.

Ti ricordi che ti dissi che quando una cosa non mi convince resto in ascolto anche per anni. Nella mia mente resta attivo come un programma in cerca di indizi sparsi, che poi man mano collega.

Ho sentito più volte una scuola di pensiero che afferma di non cercare “soddisfazione e/o gratificazione negli o dagli altri” nel mio caso quando affermavo che trovavo piacere ad essere al centro dell’attenzione insegnando qualcosa, e del bisogno che avevo di questa cosa.

Roberta:

“soddisfazione e/o gratificazione negli o dagli altri”
dipende come hai interpretato questa affermazione.

Luca:

Sto collegando sempre più fonti che affermano proprio il contrario, cioè di quanto questo bisogno di interconnessione di gratificazione a più livelli sia non solo necessario, quanto fondamentale.

Certo possiamo dire “dipende cosa intendi” Ora la sfumatura del “dipende” è meno importante di quello che sto collegando. Il tipo di bisogno è qualcosa di più forte del “dipende”, poi il dipende ne migliora la qualità.
Ma trovo sempre in più libri elementi che disintegrano quella scuola di pensiero, devo solo prendermi in tempo di unire e collegare tutti questi esempi sparsi e scollegati tra di loro.

Un esempio importante l’ho trovato nel libro “Il Cigno Nero di Nicholas Taleb“. Parlo di interconnessione e soddisfazione, appagamento dato da questa interconnessione, senza la quale quello che è intorno a noi non funziona, noi stessi non funzioniamo.

Taleb parla della frustrazione che hanno i ricercatori scientifici, perché effettuando migliaia di esperimenti che vanno male, non ricervono gratificazioni sociali a causa di questo, e dell’interconnessione di questa cosa, sia a livello emotivo, che economico.

Gregory Bateson parla dell’interconnessione che c’è tra il morso del cavallo, l’aumento della sua stazza, e l’erba, il ciclo di vita dell’erba.

Nikola Tesla come ho scritto poco fa affermò: “Le relazioni tra le creature della terra sono ancora più forti, perché con i nostri sentimenti ed i nostri pensieri il fiore profumerà ancor di più, o cadrà in silenzio.”

Quelli che affermano di non cercare soddisfazione e gratificazione con e negli altri sono in errore.
E questo è il primo punto, poi il “come” è questione qualitativa cioè un aspetto subordinato.

Questo argomento nella mia mente sta prendendo sempre più forma come un’intuizione forte.

Ora sintetizzo malamente (perché il pensiero è ancora fragile come direbbe Baricco).

C’è una corrente di pensiero che afferma di non cercare negli altri soddisfazione e/o gratificazione, di cercare soddisfazione in se stessi.

Non soffermiamoci in questo momento sui termini “soddisfazione, gratificazione, negli o con” io ho ragionato su insiemi più grandi e cioè che non è possibile scindere il nostro essere sociale.

Non è possibile fare una divisione del tipo “trovare in se” quello che per natura oserei dire l’universo “cerca interazione con l’altro”.

Quindi direi che è falso, ed ho mille esempi che mi si accendono sempre di più. Dal sesso, dalla procreazione, il cibo, l’aria, l’acqua, sono tutte cose che comprendono elementi esterni a noi stessi.
L’elemento psichico (che è anche fisico) non può violare questo.

Perché quando lo fa semplicemente non raggiunge la felicità, la gratificazione, la soddisfazione.

Sapere di essere riusciti a fare un impresa, serve a noi come autostima, ma se non lo sa nessuno, MAI, perde della potenza gratificante, senza la condivisione, interazione con l’altro senza come dicono gli americani “la celebrazione” manca quell’energia sociale del “dare e ricevere“.

E’ ancora un po’ fragile perché devo usare tante parole per cercare di esprimere il concetto ma man mano che raccolgo materiale diventerà sempre più forte e chiaro.
Comprendi cosa intendo?

Roberta:

sei andato avanti come un treno, aspettavo che finissi prima di leggere.

Luca:

Dovevo far fluire il flusso di cose che stava uscendo ;-)

Faccio un esempio personale. Nel mio caso io “do quello che ho appreso” (nel ballo ed in altri ambiti della vita) e ricevo di ritorno apprezzamento anche in forma di denaro, compenso, attenzione, posizione sociale, riconoscenza (essere riconosciuto) e via dicendo. Nell’ambito dell’insegnamento del ballo sociale di coppia posso affermare sintetizzando che sì, è per se stessi, per gli altri/e, con gli altri/e. E mi piace molto che il ballo più di ogni altra disciplina formativa che ho trattato, perché ha gli elementi per sintetizzare i concetti che voglio esporre.

Ci tornerò sopra, faccio un altro esempio di interdipendenza e interazione sana: è come per la frutta, si mangia per se stessi e per gli altri, gli altri sono le piante che grazie il nostro mangiare, portiamo lontano i loro semi, li defechiamo, in origine lo facevamo direttamente in terra concimando con la nostra “merda che ricordo chiamiamo concime se siamo contadini” ed i nostri batteri probiotici.

Forse un esempio di interazione non sana è quando mangiamo altri animali, non c’è uno scambio, a meno che non ci sia un disegno più ampio di equilibrio delle specie, più difficile da vedere e forse accettare.

Roberta:

mh :D adesso hai spostato il focus, comunque comprendo perchè.

Luca:

No è tutto interconnesso davvero come parla Tesla.

Roberta:

pensa e scrivi per capitoli e punti, sennò rischi di fare un calderone e di non farti capire

Luca:

ok lo farò, tuttavia prima per me è importante che il mio pensiero diventi sempre più forte sull’argomento.

Roberta:

:-) stai già scrivendo

Luca:

Condividi come me che c’è una scuola di pensiero che reprime il cercare gratificazione e soddisfazione nel/con l’altro?

Roberta:

si, chiaro, non interpreto la repressione, qual è questa scuola?
è un pò come quando parlavamo dell’assioma sull’assertività
“dipende tutto da te”
“nessuno può farti sentire in un determinato modo”
parli di questo?

Luca:

esatto sono falsi o meglio ritengo incompleti ad un punto tale che possono portare profondamente in errore.
Perché l’interdipendenza, come i neuroni specchio, fanno si che siamo molto più connessi, interconnessi di quanto non viene spiegato.

Ad esempio: “Nessuno può farti sentire in un determinato modo “se e solo se sei cintura nera di Judo comunicazionale, cioè che se sei capace di farti passare le cose oltre come se non ti toccassero, oppure cintura nera di isolamento”. Manca sempre questa parte di spiegazione.

Roberta:

io penso che dipenda molto da che punto di vista si analizzi la questione
penso che la scuoletta che dice questo la guardi da un punto di vista di esaltazione dell’individualismo
di potenzialità della persona e non da un punto di vista sociale, fisico.
Quindi  se devo pensare alla forza del pensiero e della mente e convincermi che tutto dipende da me, ti dico si.
Ma se devo poi ammettere o solo pensare che le azioni degli altri non mi influenzino, dico no, è una stronzata
però sono ancora propensa a non creare dicotomia. Ma solo perché credo che siano punti di partenza differenti, non divergenti.

Luca:

L’esaltazione dell’individualismo è sbagliata e se ci pensi sta alla radice di questa società come del capitalismo.

L’insegnamento che “Tutto dipende da te” è in parte vero e in parte falso. E’ incompleto e detto in modo incompleto è una illusione. E te lo provo in modo molto semplice:
Se tutto dipendesse da me, io e te saremmo stati insieme :D ahahaha.

Roberta:

ahahahaha

Luca:

vedi che non è così :-)

Roberta:

no dai cerca di seguirmi, sono ancora labile in questo concetto e lo sai e non ti sto dando contro sto ragionando con te; io penso che siamo su due livelli diversi.

Luca:

Sono serissimo, ho usato un esempio ed ho sdrammatizzato ridendoci sopra ma è serissimo.

Roberta:

Cioè la scuola di pensiero del dipende tutto da te aveva determinati obiettivi
anche quello di osannare la pnl e compagnia bella e di creare quel filone motivazionale che forse non sarebbe esistito.

Luca:

Quegli obiettivi sono stati insegnati nel modo e con termini in parte errati.

Roberta:

sai, adesso mi è molto chiaro quando dieci anni fa mi è stato detto
che quel filone motivazionale appunto motiva
ma poi si fa il salto e si va oltre

Luca:

l’individualismo serve soltanto per acquisire RESPONSABILITA’.

Roberta:

esatto, l’individualismo serve soltanto per acquisire RESPONSABILITA’

Luca:

ma guarda caso RESPONSABILITA’ vuol dire semplicemente Rispondere in modo abile. A chi? OK a se stessi e al mondo esterno soprattutto.

Roberta:

loro parlano di responsabilità, solo che il concetto stesso di responsabilità implica l’altro. Perché responsabilità significa abilità nel rispondere  a se stessi ok, ma agli altri soprattutto.

Luca:

infatti, esatto, stiamo dicendo la stessa cosa e siamo arrivati allo stesso punto.

Roberta:

ok quindi fin qui siamo d’accordo, però dico
questa cosa della scuola del “tutto dipende da te”
serve appunto come base di partenza secondo me
per questa teoria della responsabilità o meglio
della consapevolezza di determinate questioni per poi andare oltre

Luca Pilolli:

non sono d’accordo e questo grazie proprio al ballo di coppia,
ti faccio un esempio: sarebbe come pensare che imparando a ballare da soli poi si è in grado di ballare tranquillamente anche in coppia :D
non funziona, perché manca l’interazione, manca il prendere la misura, manca lo scambio, l’adattamento all’altro/a e la guida, la comunicazione e sopratutto manca di efficacia in termini di socializzazione di essere sociali e ricevere gratificazioni da questa attività sociale. Ricordi: “La felicità è reale solo se è condivisa” (In to the Wild).

Roberta:

non lo so, alle volte fai degli esempi calzanti, però faccio casino a mettere assieme esempi di livelli diversi.

Luca:

io no :D, sarà che sono più incasinato :D e ci sono abituato a giocare con il pensiero laterale.

Roberta:

forse e io troppo inserita in determinate logiche :D
comunque dovrò rileggere questa teoria del “tutto dipende da te”, per capire cosa intendessero realmente, perché secondo me forse volevano dire qualcosa anche di coretto ma si sono espressi male.

Luca:

Si è una buona idea perché forse ci è arrivato e tramandato un messaggio incompleto o travisato.

Tornando all’esempio del ballo, nel ballo è importante imparare i passi base e lo si può fare da soli ma anche in coppia, insegnando ballo, in coppia si imparano molto prima, anche per emulazione, per i rinforzi che si apprendono vedendo come fa l’altro e per la comprensione che si acquisisce quando si è in sintonia e si va assieme a tempo, e si fa lo stesso tipo di passo (lunghezza e spinta).

Devo ammettere che grazie all’insegnamento del ballo di coppia ho compreso molto di più l’importanza dell’interazione dell’interdipendenza e di quanto il “tutto dipende da te” sia si valido, quanto incompleto.

Roberta:

bene dai ti sento meglio di ieri

Luca:

si già questa mattina mi sono svegliato, e ascoltandomi mi sono detto: Luca è tornato :D

Roberta:

che bella sensazione, quando ti dici, sono tornato.

Luca: :D

Felicità e infelicità, una parte del problema è decisamente linguistico.

Posted by on febbraio 16, 2017 in Credenze Strategiche, Distinzioni, Il potere della chiarezza, Il potere della distinzione, Imparare, Muscoli Mentali, percezione, Stratagemmi, Strategie | 0 comments

Oggi vorrei trattare un tema che mi sta particolarmente a cuore relativo all’uso inefficace di parole come: felicità, infelicità, tristezza, depressione, dislessia, anoressia, bulimia, e via dicendo.

Recentemente ho letto questo aforisma: “non esiste una strada per la felicità, la felicità è la strada”.
All’inizio ho pensato: “Bello.” Eppure qualcosa dentro di me mi diceva: “Ah! Qualcosa in questa frase non va, non è efficace.” Per il motivo che tra un po’ spiego io la correggerei così:
“Non esiste una strada per la felicità, l’unico modo per essere felici è felicizzarsi. Cioè compiere tutta una serie di azioni come sorridere, e perseguire i propri obiettivi (e non quelli degli altri). Inoltre essendo esseri profondamente sociali, anche il socializzare in modo felicizzante ci rende felici, non le altre persone di per se quanto l’interazioni felicitante con queste persone.”

Ecco perché tutte queste parole come felicità, infelicità, tristezza, depressione, dislessia, anoressia, bulimia e via dicendo ritengo che siano decisamente ed a volte drammaticamente inefficaci. Perché sono sostantivi e ci possono far realmente credere che tutte queste cose, siano cose esterne a noi come virus o cose simili e che non dipendano dalle nostre azioni ma ci infettino come un male da curare con dei farmaci.

Mentre se invece di usare sostantivi e aggettivi iniziassimo ad usare verbi (evitando il verbo essere che tende ad attaccarsi all’identità delle persone), allora potremmo accorgerci che per provare quelle determinate sensazioni abbiamo dovuto compiere delle azioni specifiche. E se volessimo riprovarle dovremmo compierne di simili.
Infatti personalmente preferisco dire, anche se suona buffo:
sto felicitando o felicizzando (invece di felicità o sono felice)
sto infelicitando o infelicizzando (invece di infelicità o sono infelice)
sto intristendo (invece di tristezza o sono triste)
sto contentando (invece di contentezza o sono contento)
sto bellizzando qualcosa (invece di è bello)
sto bruttizzando qualcosa (invece di è brutto)

Perché a mio avviso è così importante? Perché ripeto, usare sostantivi si rischia davvero di credere che siano cose esterne a noi e non il frutto di azioni, scelte, valutazioni, opinioni, credenze, convinzioni e via dicendo, che possono essere efficaci, o inefficaci e quindi farci soffrire in tal caso.

E questo risulta ancora più potente quando usiamo parole come:
depressione, dislessia (vedi anche: http://divento.it/dislessia-dislessico-parole-abusate/ ) oppure anoressia, bulimia, e via dicendo. Perché possiamo realmente credere che siano cose simili a virus invece di comportamenti inefficaci. A questo punto alcuni mi chiedo e cosa dovremmo usare?

Nel caso di depressione dovremmo usare “sto depressando”, perché altrimenti si rischia di credere che la depressione esista realmente come una malattia (cosa piuttosto rara), come un virus, piuttosto che un inefficace serie di comportamenti e credenze (cosa molto più comune).

Il verbalizzare i sostantivi non è detto che risolva o cambi l’azione o le azioni inefficaci. Per questo potrebbero essere necessari degli stratagemmi, perché la ripetizione di comportamenti può creare abitudini,credenze e convinzioni alle quali poniamo resistenza al cambiamento. Tuttavia almeno ci rende chiaro il soggetto e sopra tutto cosa stiamo facendo. E questo a mio avviso è un requisito fondamentale per avere chiarezza di pensiero e azione.

Togliere potere negativo al passato e perseverare nel presente.

Posted by on gennaio 9, 2017 in Come migliorare la comunicazione, Comunicazione, Creatività, Credenze Strategiche, Educazione, Immagine di Se, Imparare, imparare a imparare, Muscoli Mentali, Strategie, Tattiche | 0 comments

Togli potere negativo al passato, perché continua a togliere energia emozionale, tempo e attenzione al presente.
Mentre se dai presente massima attenzione, potere positivo e propulsivo al percorso che devi fare, o scoprire, oggi per raggiungere i tuoi obiettivi, è molto probabile che perseverando nel futuro prossimo li raggiungerai.

Come togliere potere negativo al passato? Intanto ricordiamoci che:
Continua a leggere “Togliere potere negativo al passato e perseverare nel presente.” …

Approfondimento sulla fortuna e sul merito.

Posted by on gennaio 3, 2017 in Aforismi, Aumentare le possibilità, Azione, Citazioni, Come migliorare la comunicazione, Come raggiungere i propri obiettivi, Credenze Strategiche, Definizioni, Distinzioni, Il potere della chiarezza, Il potere della distinzione, Metafore, percezione | 0 comments

Femida, Goddess of Justice, with scales and sword wearing blindfold against dramatic stormy sky

Oggi leggo questo commento su FB: “La fortuna si chiama merito! Il merito arriva, non quando vogliamo noi, ma quando siamo pronti!“.

La leggo è penso hmmmm qui ci sono troppe omissioni e questo è un argomento sul quale posso aggiungere degli approfondimenti.

Sull’argomento “fortuna” in primis consiglio una bella lettura, “Fattore fortuna” di Richard Wiseman, uno dei pochi studiosi seri a tal riguardo.
Perché? Perché dai suoi studi ed esperimenti emerge che:
Continua a leggere “Approfondimento sulla fortuna e sul merito.” …

Napoleon Hill – Think and Grow Rich. Pensa e arricchisci te stesso.

Posted by on agosto 11, 2016 in crescita personale, Libri che ho audioletto | 0 comments

Napoleon-Hill-Pensa-e-Arrichisci-te-stesso

Napoleon Hill – Think and Grow Rich. Pensa e arricchisci te stesso.

Napoleon Hill – Think and Grow Rich. Pensa e arricchisci te stesso.

Napoleon Hill

Napoleon Hill

Questo libro mi fu consigliato da Suzana, all’epoca la mia compagna, la quale insistette perché io lo leggessi, dicendomi che secondo lei era un libro per me e che mi sarebbe stato utile. Libro decisamente scorrevole e piacevole da leggere. Mi ha fatto compagnia in alcuni viaggi.


Continua a leggere “Napoleon Hill – Think and Grow Rich. Pensa e arricchisci te stesso.” …

Eric Reis – Partire Leggeri (Lean Startup)

Posted by on agosto 11, 2016 in fare impresa, Libri, Libri che ho audioletto | 0 comments

Eric Ries - Partire Leggeri

Eric Reis – Partire Leggeri (Lean Startup)

Eric Reis – Partire Leggeri (Lean Startup)

Il metodo: Lean Startup, innovazione senza sprechi, per nuovi business di successo.

Eric Reis

Eric Reis

Un’altro libro che consiglio vivamente di leggere perché la percentuale di aziende che chiude dopo il primo anno di attività può raggiungere l’80% che è equivalente al tasso di mortalità dei cuccioli di tigre e leone. E questo ce la dice lunga su quanto è competitivo il mercato in se, solo che noi dovremmo essere un po’ più evoluto del metodo di selezione della giungla o della savana. Chiara l’antifona? Ecco perché questa lettura è imperdibile.


Continua a leggere “Eric Reis – Partire Leggeri (Lean Startup)” …