Felicità e infelicità, una parte del problema è decisamente linguistico.

Posted by on febbraio 16, 2017

Oggi vorrei trattare un tema che mi sta particolarmente a cuore relativo all’uso inefficace di parole come: felicità, infelicità, tristezza, depressione, dislessia, anoressia, bulimia, e via dicendo.

Recentemente ho letto questo aforisma: “non esiste una strada per la felicità, la felicità è la strada”.
All’inizio ho pensato: “Bello.” Eppure qualcosa dentro di me mi diceva: “Ah! Qualcosa in questa frase non va, non è efficace.” Per il motivo che tra un po’ spiego io la correggerei così:
“Non esiste una strada per la felicità, l’unico modo per essere felici è felicizzarsi. Cioè compiere tutta una serie di azioni come sorridere, e perseguire i propri obiettivi (e non quelli degli altri). Inoltre essendo esseri profondamente sociali, anche il socializzare in modo felicizzante ci rende felici, non le altre persone di per se quanto l’interazioni felicitante con queste persone.”

Ecco perché tutte queste parole come felicità, infelicità, tristezza, depressione, dislessia, anoressia, bulimia e via dicendo ritengo che siano decisamente ed a volte drammaticamente inefficaci. Perché sono sostantivi e ci possono far realmente credere che tutte queste cose, siano cose esterne a noi come virus o cose simili e che non dipendano dalle nostre azioni ma ci infettino come un male da curare con dei farmaci.

Mentre se invece di usare sostantivi e aggettivi iniziassimo ad usare verbi (evitando il verbo essere che tende ad attaccarsi all’identità delle persone), allora potremmo accorgerci che per provare quelle determinate sensazioni abbiamo dovuto compiere delle azioni specifiche. E se volessimo riprovarle dovremmo compierne di simili.
Infatti personalmente preferisco dire, anche se suona buffo:
sto felicitando o felicizzando (invece di felicità o sono felice)
sto infelicitando o infelicizzando (invece di infelicità o sono infelice)
sto intristendo (invece di tristezza o sono triste)
sto contentando (invece di contentezza o sono contento)
sto bellizzando qualcosa (invece di è bello)
sto bruttizzando qualcosa (invece di è brutto)

Perché a mio avviso è così importante? Perché ripeto, usare sostantivi si rischia davvero di credere che siano cose esterne a noi e non il frutto di azioni, scelte, valutazioni, opinioni, credenze, convinzioni e via dicendo, che possono essere efficaci, o inefficaci e quindi farci soffrire in tal caso.

E questo risulta ancora più potente quando usiamo parole come:
depressione, dislessia (vedi anche: http://divento.it/dislessia-dislessico-parole-abusate/ ) oppure anoressia, bulimia, e via dicendo. Perché possiamo realmente credere che siano cose simili a virus invece di comportamenti inefficaci. A questo punto alcuni mi chiedo e cosa dovremmo usare?

Nel caso di depressione dovremmo usare “sto depressando”, perché altrimenti si rischia di credere che la depressione esista realmente come una malattia (cosa piuttosto rara), come un virus, piuttosto che un inefficace serie di comportamenti e credenze (cosa molto più comune).

Il verbalizzare i sostantivi non è detto che risolva o cambi l’azione o le azioni inefficaci. Per questo potrebbero essere necessari degli stratagemmi, perché la ripetizione di comportamenti può creare abitudini,credenze e convinzioni alle quali poniamo resistenza al cambiamento. Tuttavia almeno ci rende chiaro il soggetto e sopra tutto cosa stiamo facendo. E questo a mio avviso è un requisito fondamentale per avere chiarezza di pensiero e azione.

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