Giudizio e comunicazione.

Posted by on Ottobre 6, 2014

Comunica bene se vuoi essere bene giudicato e se vuoi bene giudicare.

Con questo aforisma sintetizzo quanto credo relativamente al giudizio.

Faccio notare sempre che il vecchio detto “non giudicare se non vuoi essere giudicato
è falso, perché la mente giudica sempre, non può non farlo, può non esprimerlo ma giudica comunque.

Quindi trovo ipocrisia
(dal greco YPO-KRISIS dove ipo=sotto crisia=spiegato)
quindi sotto-spiegato dove sotto sta per poco, o per nulla spiegato, l’atteggiamento del silenzio del giudizio. Situazione che ci fa poi dire cose come: “non sapevo, pensavo che” (in tal caso ricordo il detto: pensare vuol dire non sapere niente).

Trovo molto più evoluto nel sapere affermare: Comunica bene se vuoi essere bene giudicato e se vuoi bene giudicare.

La buona padronanza della comunicazione sta alla base della buona comprensione pertanto del buon giudizio. Allo stesso modo padroneggiare la comunicazione è il requisito fondante per ottenere dei buoni giudizi. L’elusione del giudizio è una richiesta e un atto da ignorante.

Chiedete ai migliori programmatori al mondo di creare un computer che giudichi sempre e sappia cambiare giudizio in base all’interazione con l’esterno, quindi con le informazioni, apprendere e quindi crescere e migliorare, e vi diranno che è complicatissimo da realizzare che ancora non lo sanno fare come lo facciamo noi perché tutto questo è intelligenza artificiale.

E’ così complicato giudicare che un giudizio è spesso un’operazione molto lenta per il nostro cervello. Dove per lenta parlo dell’ordine del secondo, per problemi affrontabili con soluzioni preconcette. Indicativamente il cervello fornisce sempre soluzioni veloci, ma anche la capacità di analisi di farci percepire che l’analisi fatta debba essere rivista e o corretta perché mancante di informazioni, in tal caso ci troviamo difronte a elaborazioni che necessitano tempo di ricerca piuttosto che tempo di analisi e la ricerca può durare ore, giorni, mesi, anni, per risolvere problemi non affrontabili correttamente con soluzioni preconcette. Una volta trovato la nuova soluzione essa stessa diventa un preconcetto. Dove il preconcetto è un pacchetto di informazioni già analizzato, giudicato e catalogato che usiamo per fare confronti quasi istantanei.

Relativamente a questa velocità di elaborazione del nostro cervello Tony Buzan, uno dei più grandi conoscitori dei meccanismi di apprendimento del cervello umano, scrive:

[…] ognuno di noi ha 1.000.000.000.000 (mille miliardi) di cellule cerebrali, ma i collegamenti tra esse possono formare un numero incredibilmente elevato di schemi e di trasformazioni. Come ha calcolato il neuro-anatomista russo Pyotr A. Anokhin, questo numero è talmente grande, che per scriverlo servirebbe una striscia di carta lunga circa dieci milioni di chilometri! Con la nostra capacità innata di integrare e destreggiarci tra molteplici miliardi di bit di dati, è divenuto evidente, per coloro che si occupano della ricerca sul cervello, che un adeguato allenamento del nostro fenomenale bio-computer (che in un secondo può calcolare ciò che un computer Cray, a 400 milioni operazioni al secondo, impiegherebbe 100 anni per calcolare) accelererà e aumenterà enormemente la nostra capacità di risolvere problemi, analizzare, stabilire priorità, creare e comunicare. […]

A mio avviso è proprio l’ignoranza sul cos’è il giudizio che fa esprimere l’affermazione “non giugicare”.
E ribadisco il cervello non può non farlo, può non esprimerlo. Se la decisione di non esprimere un giudizio è data dal desiderio di avere più informazioni prima di esprimerlo è cosa lodevole. Ed è proprio questa che va incentivata e coltivata invece di sedarla con finte massime (che sono vere e proprie minime) come appunto: non giudicare se non vuoi essere giudicato (terrorismo psicologico a mio avviso).

Il buon giudizio va coltivato come si fa per con il proprio orto, attraverso la conoscenza delle regole, e tecniche della comunicazione, così da dare buoni frutti. Inoltre il giudizio è lo strumento attraverso il quale passano le nostre “scelte” o quelle che chiamiamo “non scelte” ovvero procastinazioni (rimandamenti). Un giudizio ben allenato, attento, saldo, erudito, maturo, evita di impantanarsi nelle sabbie mobili delle procastinazioni. Mentre creare un popolo che non giudica, ma delega la funzione del giudizio, crea un popolo di pecore.

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