La realtà è sempre quella? O esistono più realtà?

Posted by on marzo 20, 2014

Spesso ancora mi capita di leggere frasi come:  “la realtà è sempre quella”.

Paul Watzlawick (uno dei padri della psicologia moderna e della pragmatica della comunicazione umana) nel libro “La Realtà della Realtà” afferma, “non c’è nulla di più pericoloso di credere che esista una sola realtà“.

E se esistessero diversi piani della realtà, quali sono i limiti percettivi e conoscitivi che ci impediscono di vederli o comprenderli?

Ad esempio e se esistessero diversi livelli di apprendimento che comprendono a loro volta diversi livelli di insegnamento?
A proposito di livelli Paul Watzlawick riporta nel suo libro la Realtà della Realtà un brano di Edwin A. Abbott

 

Flatlandia.

Esiste un piccolo, modesto libro, scritto quasi cent’anni fa dal reverendo Edwin A. Abbott, preside della Scuola della Città di Londra. Il reverendo Abbott fu uno studioso della letteratura classica e le sue opere, – più di quaranta, – trattano soprattutto di quest’argomento nonché di religione. Ma, e qui prendo in prestito l’acuta osservazione di Newman, “la sua unica difesa contro l’oblio” è quel piccolo libro dal titolo Flatland, A Romance in Many Dimensions.
Sebbene non si possa affatto negare che Flatlandia sia scritto con uno stile, beh, diciamo piuttosto piatto, esso, nondimeno, è un libro unico: unico non solo perché anticipa alcuni sviluppi della moderna fisica teorica ma ancor più per il suo profondo intuito psicologico che persino la pesantezza dello stile vittoriano non riesce a soffocare. In questo senso non sembra esagerato desiderare che Flatlandia, (o una sua versione modernizzata), diventi lettura obbligatoria nei licei. Il lettore presto ne comprenderà la ragione.
Flatlandia è una storia raccontata da un abitante di un mondo bidimensionale, cioè, un mondo che possiede soltanto la lunghezza e la larghezza, ma non l’altezza; un mondo piatto quanto un foglio di carta coperto di linee, triangoli, quadrati, ecc. Questi possono muoversi liberamente su, o, piuttosto, in questa superficie, ma, come ombre, sono incapaci di salire o scendere sotto quel livello. E, inutile dirlo, sono inconsapevoli di questa incapacità, poiché l’esistenza di una terza dimensione, l’altezza, risulta loro inimmaginabile.
Il narratore ha un’esperienza sconvolgente che viene preceduta da uno strano sogno. Nel suo sogno si trova trasferito in un mondo unidimensionale in cui tutti gli esseri sono o linee o punti che si muovono indietro e in avanti sulla stessa linea retta. Questa linea la chiamano “Spazio”, e per gli abitanti di “Linelandia” [Paese delle linee] l’idea di muoversi a sinistra o a destra di questo “Spazio”, invece di muoversi semplicemente indietro e in avanti, è totalmente inconcepibile. Del tutto futile è pertanto lo sforzo del nostro sognatore di spiegare alla linea più lunga degli abitanti di Linelandia, (il loro monarca), come sia Flatlandia. Il re lo ritiene semplicemente pazzo e, di fronte a tanta ristrettezza mentale, il narratore infine perde la pazienza:

Perché sprecare altro fiato? Vi basti sapere che io sono il completamento del vostro essere incompleto. Voi siete una Linea, ma io sono una Linea di Linee, che al mio paese si chiama un Quadrato: e pensate che anch’io, per quanto infinitamente superiore a voi, non conto che poco o nulla fra i grandi nobili della Flatlandia, donde sono venuto a visitarvi, nella speranza di illuminare la vostra ignoranza

Nel sentire questi insulti folli il re e i suoi sudditi, formati tutti di linee e punti, si preparano a lanciare un attacco contro il quadrato, che in quel momento viene svegliato alla realtà di Flatlandia dal suono del campanello che lo chiama per la colazione.
Nondimeno, durante il giorno ha luogo un altro evento sconcertante. Il Quadrato sta insegnando al suo nipotino, un Esagono* alcuni concetti fondamentali di aritmetica applicata alla geometria.

* Secondo la spiegazione” del narratore, in Flatlandia è una legge della natura che un bambino debba sempre avere un lato di più del padre, purché il padre sia almeno un quadrato e non semplicemente un umile triangolo. Infine, quando il numero dei lati è tanto grande che il poligono non si può distinguere da un cerchio, la persona appartiene all’Ordine Circolare ossia Sacerdotale.

Gli mostra come il numero di centimetri quadrati di un Quadrato può essere calcolato semplicemente innalzando alla seconda potenza il numero di centimetri di un lato:

Il piccolo Esagono meditò un poco su questa affermazione e poi mi disse: “Ma tu mi hai insegnato a innalzare i numeri alla terza potenza: anche 33 avrà dunque un significato in Geometria; quale è questo significato?”. “Nessun significato”, risposi io “almeno non in Geometria; perché la Geometria non ha che Due Dimensioni”. E quindi mi misi a mostrare al fanciullo come un Punto, spostandosi lungo un percorso di tre centimetri, formi una Linea di tre centimetri, che si può rappresentare con 3; e come una Linea di tre centimetri, spostandosi parallelamente a se stessa lungo un percorso di tre centimetri, formi un Quadrato di tre centimetri per ogni lato, che si può rappresentare con 32. A questo punto il mio Nipotino, tornando alla sua ipotesi di prima, e prendendomi alquanto di sorpresa, esclamò: “Bene, allora, se un Punto, spostandosi di tre centimetri, forma una Linea di tre centimetri rappresentata da 3, e se una Linea retta di tre centimetri, spostandosi parallelamente a se stessa, forma un Quadrato di tre centimetri per lato, rappresentato da 32, deve seguirne che un Quadrato di tre centimetri per lato, spostandosi in qualche modo parallelamente a se stesso, (ma non vedo come), debba formare un Qualcos’altro, (ma non vedo cosa), di tre centimetri per ogni senso, – e questo sarà rappresentato da 33“.
“Vai a letto” dissi io, un po’ seccato da questa interruzione. “Se tu dicessi cose meno insensate, ricorderesti di più quelle che hanno un senso”

E così il Quadrato, non prestando alcuna attenzione alla lezione che avrebbe potuto trarre dal suo sogno, commette esattamente lo stesso errore che tanto si era sforzato di rendere evidente al re di Linelandia. Ma nel corso della serata il Quadrato non riesce a liberarsi dalle chiacchiere del suo piccolo Esagono, e infine esclama ad alta voce: “Quel ragazzo è uno sciocco, dico! 33 non può aver alcun significato in Geometria”. Ma subito sente una voce: “Il ragazzo non è uno sciocco; e 33 in Geometria ha un significato evidente”. La voce appartiene a uno strano visitatore che pretende di venire da Spacelandia [Paese dello spazio], un universo inimmaginabile in cui le cose possiedono tre dimensioni. Così come aveva tentato il Quadrato nel suo sogno, lo straniero tenta con tutti i mezzi di fargli comprendere cosa sia una realtà tridimensionale e quanto sia limitata in paragone Flatlandia. E nello stesso modo in cui il Quadrato si era presentato al re di Linelandia come una linea di linee, lo straniero si definisce un cerchio di cerchi, chiamato in Spacelandia “sfera”. Il Quadrato, naturalmente, non riesce ad afferrare questo concetto, poiché vede il suo ospite soltanto come un cerchio, ma un cerchio con proprietà estremamente conturbanti, inesplicabili: cresce e diminuisce di diametro, restringendosi talvolta a un mero punto e scomparendo del tutto. Con molta pazienza, la sfera spiega che non vi è nulla di strano: essa costituisce un numero infinito di cerchi, che variano di dimensione da un punto a tredici centimetri di diametro, uno sovrapposto all’altro. Pertanto, quando passa attraverso la realtà bidimensionale di Flatlandia, la sfera risulta dapprima invisibile a un abitante di quel paese, poi, – quando tocca il piano di Flatlandia, – compare come un punto, andando avanti acquisisce l’aspetto di un cerchio, che cresce costantemente di diametro, finché non comincia a diminuire e infine scompare di nuovo.

flatlandia

Ciò spiega anche il fatto sorprendente che la sfera sia riuscita a entrare nella casa bidimensionale del Quadrato nonostante le porte sbarrate. Naturalmente, la sfera è entrata semplicemente dall’alto, ma quest’idea è così estranea alla realtà del Quadrato ch’egli non riesce a penetrarla. E quindi si rifiuta di crederla. Infine la sfera non vede altra soluzione che quella di riprodurre nel Quadrato quella che oggi chiameremmo un’esperienza trascendentale:

Un orrore indicibile s’impossessò di me. Dapprima l’oscurità; poi una visione annebbiata, stomachevole, che non era vedere; vedevo una Linea che non era una Linea; uno Spazio che non era uno Spazio: io ero io e non ero io. Quando ritrovai la voce, mandai un alto grido d’angoscia: “Questa è la follia o l’Inferno!”. “Nessuno dei due” rispose calma la voce della Sfera. “Questo è il Sapere; sono le Tre Dimensioni: riapri l’occhio e cerca di guardare per un po’ “

Da questo magico momento in poi, le cose prendono una piega piuttosto strana. Inebriato dalla travolgente esperienza di entrare in questa realtà totalmente nuova, il Quadrato è ora ansioso di scoprire i misteri di mondi sempre più evoluti, di “uno Spazio ancora più spazioso, di una Dimensionalità ancora più dimensionabile”, il paese di quattro, cinque e sei dimensioni. Ma la sfera non vuole sentirne di queste sciocchezze: “un paese simile non esiste. La sola idea che possa esistere è assolutamente inconcepibile”. Dal momento che il Quadrato non smette di insistere su questo punto, la sfera incollerita lo rigetta infine entro gli stretti confini di Flatlandia.

A questo momento la morale del racconto diventa tristemente realistica. Il Quadrato vede davanti a sé una carriera gloriosa: andare avanti e evangelizzare l’intero paese di Flatlandia, proclamando la dottrina delle Tre Dimensioni. Ma non solo gli diventa sempre più difficile ricordarsi esattamente cosa aveva percepito con tanta chiarezza nella realtà tridimensionale, ma viene infine arrestato e processato dall’equivalente dell’Inquisizione in Flatlandia. Invece di essere bruciato, viene condannato all’ergastolo in circostanze che l’intuito incredibile di Abbott descrive come altamente simili a certe istituzioni psichiatriche dei nostri stessi giorni. Una volta l’anno il Cerchio principale, cioè, il Sommo Sacerdote, viene a fargli visita nella cella e gli chiede se si sente meglio. E ogni anno il povero Quadrato non può fare a meno di ritentare di convincerlo che esiste la terza dimensione.

Al che il Cerchio principale scuote la testa e lo lascia in prigione per un altro anno.
Ciò che Flatlandia pertanto descrive è la completa relatività della realtà, ed è per questa ragione che vorremmo che i giovani lo leggessero. La nostra storia dimostra che non esiste un’idea più omicida dell’illusione di una realtà “reale”, con tutte le conseguenze che logicamente ne derivano. D’altra parte, la capacità di vivere con la verità relativa, con domande per le quali non ci sono risposte, con la conoscenza di non sapere nulla e con le incertezze generate dal paradosso, è probabilmente l’essenza della maturità umana e della tolleranza per gli altri. Senza questa capacità ci relegheremmo, senza rendercene conto, nel mondo del Grande Inquisitore in cui vivremo la vita di pecore, infastidite di tanto in tanto dal fumo acre che si leva da qualche auto da fé o dai camini dei forni crematori.

Ho riportato questa storia per riflettere sul “la realtà è sempre quella”

Se uno crede che debba essere per forza così come crede, per lui sarà vero e giusto così. Questo non vuol dire che questo debba essere giusto e vero anche per gli altri. Nel caso specifico mi capita ancora di discutere di come sia giusto apprendere e insegnare. Come se debba esistere uno schema univoco e corretto, soprattutto se stiamo parlando di arte o cose ludiche come il ballo.

Varini uno dei più grandi arrangiatori e chitarristi italiani, le sue chitarre sono su decine e decine di milioni di dischi, ed ha sfornato più manuali di chiunque altro per la chitarra e per la musica, su moltissime skill è autodidatta. Come dice lui a volte è uno dei pochi in Italia che si prende la briga di leggere i manuali fino in fondo. E lo so perché ho lavorato con lui e gli ho visto masticare manuali, tomi interi come se fossero gomme da masticare, pagina dopo pagina se li è studiati ed imparati come un treno.

Una cosa ho imparato è “diffidare da chi ha bisogno sempre in continuazione di altri insegnanti“, perché ha poca capacità di autovalutazione, o purtroppo non gliel’hanno ancora insegnata o come direbbe la programmazione neuro linguistica è poco referente interno. Cioè cerca sempre un altro (adulto in genere) che gli dica che lui è capace di fare qualcosa, perché da solo o non è in grado, o perché gli hanno insegnato che non può dirselo da solo.

Vi stupirà forse sapere che altri bravi insegnanti sia di musica che di ballo e di altre discipline si sono formati per la maggior parte su libri, manuali e/o sulle videocassette o audio cassette di una volta come Brian Tracy ad esempio. Lui stesso nel suo Libro “Abitudini da 1 Milione di Dollari” racconta:

LA CHIAVE DEL SUCCESSO.

Poi un giorno iniziai a pormi la fatidica domanda: “Perché alcune persone hanno più successo di altre?” e, in particolare, “perché alcuni venditori hanno più successo di altri?”
Cercando una risposta a quella domanda, feci qualcosa che mi cambiò la vita e diede il via alla costruzione di un’abitudine che influenzò profondamente il mio futuro. Andai a chiedere al venditore più brillante della mia azienda che cosa stesse facendo di diverso da me; lui me lo disse. Io feci ciò che lui mi aveva detto [pragmatismo] di fare e le mie vendite aumentarono.
Nel Vangelo di Luca (Luca, 11:9) si dice: “Chiedete e vi sarà dato”. Presto presi l’abitudine di cercare di ottenere da chiunque, in ogni modo possibile, le risposte di cui avevo bisogno per migliorare più rapidamente.

Iniziai a leggere libri sulla vendita e a mettere in pratica ciò che imparavo. Ascoltavo programmi audio mentre camminavo o guidavo.

Se uno ha una buona capacità di apprendimento visivo-cinestesico o auditivo e buona capacità di autovalutazione e correzione continua nel tempo ben per lui, se poi a capacita di comunicare quello che ha appreso nessuno può negargli il diritto di farlo, saranno gli altri (il mercato) poi a giudicare. Poi esistono i “referenti esterni” cioè quelli che hanno sempre bisogno degli insegnanti per credere di saper fare qualcosa di nuovo su quello che sanno già, invece di usare la propria capacità di apprendimento (cibernetica: azione -> informazione -> retroazione). Ora dato che pochi masticano cibernetica, perché la maggior parte usa ancora le teorie del determinismo (causa -> effetto) vorrei far notare che se continuassimo a seguire il determinismo invece della successiva evoluzione, la cibernetica, ad esempio non avremmo l’informatica, né i computer né internet né la robotica. E non avremmo progressi nella teoria dell’apprendimento.

Detta così capisco che suona come una supercazzola parole vuote di significato per chi non le mastica questi terini tutti i giorni e non conosce le definizioni. Proverò a spiegarlo più semplicemente: esistono 3 livelli di apprendimento:

1° imparare,
2° imparare a imparare (questa è tattica cioè fare ordine),
3° imparare a meglio imparare ad imparare (questa è strategia cioè arrivare dal punto A al punto B con il maggiore vantaggio operativo).

Se una persona è al livello 1, non può pretendere che quello che sia al livello 2 usi il suo stesso piano della realtà.

Inoltre dato che per apprendere il modo che conoscono tutti è fare (1 livello), ma se lo spieghi anche, passando subito al livello 3, sei costretto a fare ordine mentale, dovendo passare per il salto logico di pensiero del livello 2 (tattica: fare ordine).

Quando si inizia a padroneggiare questo semplice ma efficace metodo, attraverso l’aumento delle skill di comunicazione (come semantica, sintattica e pragmatica) e sai gestire la pragmatica della comunicazione cioè l’effetto, l’azione e retroazione della stessa, allora è possibile apprendere e insegnare molto molto velocemente.

Comprendiamo ora che tipo di accelerazione porta questo in termini di educazione in tutta la società?

Se qualcuno di suo per intuizione è arrivato già a padroneggiare questi livelli può tranquillamente apprendere e insegnare allo stesso tempo. Questo in genere avviene quando le skill linguistiche e di apprendimento sono state raffinate (semantica, sintattica e pragmatica).

Non c’è nessun crimine in questo, il crimine culturale e non farlo, a meno che non si tratti di una disciplina nella quale serva una abilitazione per insegnare.  In tal caso le istituzioni che atte a formare queste tipologie di discipline devono prevedere al loro interno spazi, momenti e luoghi dove chi apprende può insegnare a sua volta. In questo modo viene massimizzata l’efficacia d’insegnamento.

 

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