Libri, titoli efficaci? Valutazione con il potere delle distinzioni.

Posted by on aprile 11, 2012

Oggi faccio un viaggio nelle distinzioni, partendo dall’analisi del titolo di un libro di Stephen R. Covey, per esplorare la diversità di significati di alcune parole. E armato di pragmatismo, decidere anche, qual’è a mio avviso più utile.

Prima tappa del viaggio, confronto del titolo originale inglese con quello italiano:

The 7 Habits of Highly Effective People.
Tradotto in italiano dalla Franco Angeli Trend con: Le 7 regole per avere successo.

Lungo questo percorso proviamo a cercare le differenze di significato dei due titoli.

The 7 Habits of Highly Effective People.

Che tradotto letteralmente diventa:
Le 7 abitudini della gente altamente efficace.

rispetto a:
Le 7 regole per avere successo.

Quello che vorrei far notare e che queste differenze, che a prima vista sembrano minime, scopriremo che non lo sono.

Abitudini versus Regole.

La seconda tappa di questo viaggio di scoperta ci porta a valutare i termini “Abitudini” e “Regole”. Quante tappe faremo ancora non lo so, ma ho una buona idea di quali paesaggi toccheremo, seguitemi.


Abitudine

possiamo vedere su etimo.it che deriva da Abito, che può essere inteso sia come vestito, cioè qualcosa che indossiamo per proteggerci, che da abitazione, quindi il posto che abbiamo come rifugio confortevole. In entrambi i casi derivano dal verbo latino Habere = Avere. Riflettendoci un po’ posso dire che:

l’abitudine, per esperienza, è qualcosa che formiamo attraverso una lunga serie di ripetizioni.
E’ qualcosa che abbiamo imparato e scegliamo di continuare a fare per la sua provata efficacia.

E come la mettiamo con le abitudini negative? Be, sviscerando le motivazioni che ci spingono a farle molto probabilmente troveremo che anche le abitudini negative hanno per noi un distorto valore positivo. Mi ricordo che per abbandonare delle abitudini negative, ci può essere molto utile seguire il suggerimento di Albert Einstein :

“i problemi non possono essere risolti  dallo stesso livello di pensiero che li hanno generati”.

Questo vuol dire che per abbandonare abitudini negative abbiamo bisogno di apprendere un nuovo livello di pensiero. Come?

Anthony Robbins nel suo libro Awake The Giant Within, spiega che le abitudini appoggiano sulle convinzioni e credenze. Operando modifiche di conoscenza su quest’ultime (notiamo che sta parlando di apprendimento) possiamo cambiare le abitudini.


Ora è il turno di Regola,

sempre dal fido etimo.it traggo che deriva dal latino RÈGA da REGERE guidare direttamente, governare.  Ha il significato di “asticella diritta per tirar linee, Squadra”, e metaforicamente di: Norma, Modo, Misura; Principio, Legge di un’arte, di una disciplina; Statuto di un ordine religioso. Derivano: Règolo e Righello.

Il garzanti (il sito) riporta nel dizionario anche i seguenti significati: qualsiasi formula che prescriva ciò che si deve fare in un caso determinato o in una particolare attività; moderazione, misura, freno.

Tempo fa indagando sul significato della parola Guru avevo scritto un approfondimento sul evoluzione storico geografica della parola verità. In quell’articolo è possibile vedere che per quanto riguarda la cultura italiana “Regola, legge, verità”, sono parole storicamente legate alle leggi e ordinamenti religiosi.

Allora ricapitolando, quando una persona decide di darsi delle regole, metaforicamente traccia dei confini di comportamento. Pertanto Regola nell’immaginario collettivo è in genere qualcosa di esterno, imposto, limitativo.

Vediamo a questo punto del viaggio, che una regola è qualcosa che per definizione, modera, limita, frena, un determinato comportamento (fare) e non comprende di per se l’attività di apprendere delle nuove abitudini.

 

Terza tappa del viaggio, andiamo a vedere le differenze tra:

avere successo
e
gente altamente efficace.


Successo,

questa è facile: è participio passato di succedere. Quindi l’avere successo è relativo a qualcosa che abbiamo fatto nel passato. Ad esempio, se oggi faccio questo (pianto un albero e lo curo), allora domani avrò i frutti, (il successo delle azioni piantare e curare l’albero). O meglio, oggi ho i frutti perché ieri, e l’altro ieri e giorni successivi ho piantato e curato la crescita di un albero.

In questo percorso esplorativo decido di piantare una bella tabella per quelli che seguiranno le mie orme con scritto questo:

A mio avviso mettere il FOCUS sull’AVERE SUCCESSO
è un pensiero di livello inferiore (inferiormente efficace) di FARE SUCCEDERE.

 

A questo punto del viaggio siamo pronti per salpare e prendere il largo e solcare i mari di argomenti a me molto cari che sintetizzo con il titolo:

Essere, Avere, Fare.


Essere.

Caro vecchio amico Essere, sei un mare così grande nel quale potrei perdermi, sei forse il mio ego?

Nel libro di bordo leggo che Korzybski padre della semantica generale ci esortò ad evitare, o almeno moderare l’uso del verbo Essere,

Il motivo, come troviamo molto ben scritto su wikipedia, […] è basato principalmente su terminologie […] che hanno […] diversi ordini di astrazione […] nei nostri pensieri. […] Egli teorizzò che certi usi del verbo essere (l'”essere di identità” e l'”essere di”) fossero fallaci nella struttura, come per esempio nell’affermazione “Joe è uno sciocco” (detto di una persona di nome Joe che ha fatto qualcosa ritenuto sciocco). Nel sistema di Korzybski una valutazione di “Joe” appartiene ad un più alto ordine di astrazione che “Joe stesso”. Il rimedio di Korzybski consiste nel rifiutare l’identità; in questo esempio, restare consapevoli che “Joe” non è ciò che “chiamiamo” lui. Troviamo “Joe” non nel dominio verbale, il mondo delle parole, ma nel dominio non verbale, (i due domìni, disse, corrispondono a due diversi ordini di astrazione). Questo concetto è ben espresso dalla più famosa premessa della […] la mappa non è il territorio. Si noti che la frase usa il predicato non è. Questo esempio, uno dei tanti, mostra che l’autore non intedeva abbandonare il verbo essere come tale. Disse espressamente che non vi erano problemi strutturali con il verbo essere, quando usato per definire l’esistenza o la locazione. Qualche volta sarebbe anche corretto usare le forme sbagliate di tale verbo, purché si resti consapevoli delle loro limitazioni strutturali.

Bene compreso questo, con la nave a vele spiegate sospinte dagli eventi storici e filosofici, mercantilistici e consumistici, mi pare di arrivare ad osservare nel mio cannocchiale che la cultura umana si è sempre più focalizzata sugli aspetti: essere e avere. Perdendo a mio avviso l’importanza, anzi la bellezza del “fare”, che è ciò che fa accadere i succedimenti, cioè quello che poi noi chiamiamo successo, quando il nostro fare è efficace.

Nel mio personale libro di bordo leggo relativamente all’ESSERE: da bambini impariamo che siamo un nome, ci viene insegnato che la nostra identità “l’essere”, è legata al nome, la mia ad esempio è associata al nome Luca. Impariamo anche che l’identità degli altri è legata ad altri nomi, come: mamma, papà. Poi più tardi scopriamo che mamma e papà hanno anche altri nomi, come Rita, Giovanni e così via.

A questo punto seguitemi nel mare dell’Avere, sarà davvero ricco di tesori?

Avere.

Sempre nel mio libro di bordo leggo che: scoperto l’essere impariamo velocemente l’avere, il possesso di oggetti, come cibo, giocattoli e via dicendo. Qui molto probabilmente abbiamo vissuto le prime incongruenze e interferenze degli adulti con ciò che percepivamo di avere. Perché può essere capitato ad esempio che ci abbiano spinto a dare un giocattolo ad un altro bambino, anche se non avevamo nessuna intenzione di farlo. Magari era il giocattolo a cui tenevamo di più, a cui avevamo associato un forte legame di possesso. Solo che non avevamo ancora sviluppato le capacità cognitive e abilità linguistiche per rispondere a tono all’adulto così: “io presto la macchinina che mi hai regalato, (o la bicicletta), al figlio del tuo amico, solo se tu impresti il tuo fuoristrada, a cui tieni tanto, a suo padre“. Oppure “dato che tu col cavolo impresteresti il tuo fuoristrada al tuo amico, perché mai io dovrei imprestare la mia macchinina a suo figlio? Se tu poi dire di no a suo padre, io posso dire di no a suo figlio a lui e a te“.

Purtroppo così non accade e ci viene imposto e insegnato in modo forzato l’uso del dare per ottenere in seguito, la regola sociale del contraccambio tanto ben spiegata nel libro di bordo di Robert Cialdini “Le Armi della Persuasione”.

Finalmente giungiamo in questo viaggio di scoperta nel mare più ricco al mondo, il mare del Fare. E siamo giunti al punto di scoprire anche perché li chiamo mari, perché mi piace ricordare che realmente c’è una marea di cose che possiamo fare! Una marea di opportunità. Che per esplorarle tutte non basterebbero mille vite.

Fare.

Apro a questo punto del viaggio il mio giornale di bordo, la mia memoria, per ricordare una cosa letta di Weyne W. Dyer (psicologo e scrittore), Weyne scrive che per scoprire la prima ribellione d’indipendenza, e scoperta del FARE, dobbiamo ritornare indietro a quando abbiamo deciso, per la prima volta, quando fare i bisogni, opponendoci ai nostri genitori.

Weyne W. Dyer a tal riguardo scrive nella sua “guida all’indipendenza dello spirito”:

(da pagina 51 del libro Le vostre zone erronee, vostre perché è inteso che lui, come altri, ha imparato ad evitarle quelle paludi malsane e sabbie mobili)

I bambini oppongono resistenza a chi sta cercando di farne dei cercatori di approvazione, come può attestare chiunque viva a contatto con loro. Innumerevoli genitori mi hanno raccontato le loro esperienze di quando insegnavano ai figli a fare i loro bisogni. A quanto pare, il bambino sa che cosa gli viene chiesto, e i genitori si rendono conto che il bambino è in grado di controllare fisicamente i muscoli dello sfintere; eppure, ostinatamente, deliberatamente, il bambino si rifiuta di farla. È la prima vera protesta contro il bisogno dell’approvazione di uno dei genitori. I messaggi interiori sono: “Tu puoi dirmi che cosa devo mangiare, che cosa mettermi, con chi giocare, quando devo dormire, quando entrare in una stanza, dove devo mettere i miei giocattoli, e perfino che cosa devo pensare. Ma questa la faccio quando io sono pronto”. È la prima protesta ad andare a segno contro la prassi dell’approvazione dei genitori per ogni sorta di cose.

Da bambino volevi pensare a modo tuo, fare da te. Se il babbo ti aiutava a infilare il cappottino, quando eri piccolo, dicevi: “So fare da solo”. Ma troppo spesso ti sentivi replicare col messaggio: “Te lo infilo io. Non abbiamo tempo per aspettarti”, oppure “Sei troppo piccolo”. La scintilla dell’indipendenza, quel desiderio di far valere la tua personalità, che era così vivo in te, da bambino, veniva spesso smorzata dalla richiesta di ricorrere alla mamma o al babbo. …Se non lo fai, noi disapproviamo, e quando ti disapproviamo, tu devi disapprovarti… L’unità familiare alimenta, con tutte le apparenze delle buone intenzioni, la dipendenza e il bisogno di approvazione. I genitori che non vogliono che ai loro figli succeda qualcosa di male, risolvono di proteggerli da ogni pericolo. Il risultato, però, è l’opposto di quello prefisso, perché senza armi quali la fiducia in se stessi e nelle proprie forze nei momenti cruciali, (appianare i litigi, far fronte agli insulti, decidere a pugni un punto d’onore, guadagnarsi ciò che si vuole ottenere), è impossibile costruire un arsenale di comportamenti indipendenti per tutto l’arco di una vita.

Tu forse non ricorderai tutti i messaggi di richiesta di approvazione che ti sono stati telegrafati quand’eri piccolo, ma è assai probabile che molti di essi ti siano giunti assai per tempo. Ora, se molti di questi messaggi del tipo “chiedi a mamma e papà” erano importanti per la tua salute e perché tu non corressi dei pericoli, altri ti sono stati inviati per insegnarti un concetto di importanza critica: quello del comportamento appropriato, del comportamento che ti otterrà l’approvazione. L’approvazione, che avrebbe potuto essere scontata, dipendeva dal tuo compiacere o meno un’altra persona. Non che l’approvazione non sia importante. Dico che dovrebbe esser largita gratis a un bambino, e non come premio perché si è comportato bene. Non si dovrebbe mai incoraggiare un bambino a confondere il senso del proprio valore con l’approvazione altrui.

Come lo chiama molto bene Devis la Pecoranera veniamo inseriti in quel “grande ingranaggio formativo” (caro Devis ti frego questa bella immagine che hai scritto nel tuo bel articolo “Ora civile, ora solare“), dell’educazione sociale che sono le scuole, dove veniamo istruiti a sviluppare il consenso al pensiero collettivo, piuttosto che al pensiero personale. Impariamo che quello che dice l’insegnante è giusto e non va contraddetto (o se lo facciamo è a nostro rischio e pericolo). Impariamo la forza dell’autorità dell’insegnante, del preside, e l’educazione psicologicamente repressiva dei voti negativi, delle note, delle sospensioni, delle bocciature. Eppure è stato dimostrato che impariamo con tempi e velocità diverse, e che se viene lasciato agli studenti il proprio tempo, tutti raggiungono lo stesso livello di conoscenze, ma questo grande insegnamento non viene applicato. Il grande ingranaggio formativo impone il suo orologio sociale che ci scandisce il tempo di quando dobbiamo fare cosa, quando dobbiamo imparare cosa.

Weyne W. Dyer a tal riguardo scrive nella sua “guida all’indipendenza dello spirito”:

(da pagina 53 del libro Le vostre zone erronee, sempre vostre perché è inteso che lui, come altri, ha imparato ad evitarle, da un po’ fastidio questo titolo vero? A me suonava un po’ come lo scolaretto che mi faceva notare dove sbagliavo, il mio sbaglio in realtà fu tenére questo libro 10 anni sullo scaffale prima di leggerlo, perché in esso poi scoprii un mondo meraviglioso di lucida schiettezza, bello diretto come una pallonata in fronte, cioè di quelle tipo, se come un ebete cammini in mezzo al campo dove gli altri stanno giocando, non ti stupire poi se prendi una pallonata in fronte, piuttosto mettiti a giocare, e mostra cosa sai fare)..tornando a Weyne Dyer…

I messaggi dalla scuola

Quando sei uscito di casa per entrare in una scuola, hai messo piede in una istituzione appositamente designata per instillare un modo di pensare e di agire che presuppone la ricerca di approvazione. …Per tutto, chiedi il permesso. Non far mai di testa tua. Chiedi al maestro il permesso di andare al gabinetto. Occupa quel certo banco. Non cambiare posto, se non vuoi una nota… Tutto andava nel senso dell’altrui controllo. Invece di insegnarti a pensare, ti si insegnava a non pensare con la tua testa. …Piega il foglio in sedici, e non scrivere sulle pieghe. Studia il primo e il secondo capitolo, stasera. Impara l’ortografia di queste parole. Disegna così e così. Leggi questo… Ti hanno insegnato a ubbidire e, quando avevi dei dubbi, a farteli chiarire dall’insegnante. Se fossi incorso nella sua ira o, peggio, in quella del preside, ti saresti dovuto sentire in colpa per mesi e mesi. La pagella era un messaggio per i tuoi genitori che diceva in quale misura eri stato approvato.

Se dai uno sguardo agli statuti della tua scuola, che quasi certamente saranno stati scritti sotto la pressione della visita di una commissione esaminatrice, è assai probabile che ciò che leggerai sia formulato grosso modo così: “Noi, della Scuola Media Superiore “X-Y’, crediamo che la scuola offra a ogni studente la possibilità di svilupparsi integralmente. Il piano di studi è stato approntato in modo da andare incontro alle esigenze individuali di ciascuno studente di questa scuola. Tutti i nostri sforzi mirano a promuovere l’autorealizzazione e lo sviluppo individuale del nostro corpo studentesco… ecc., ecc., ecc.”.

Quante scuole, ovvero quanti insegnanti, hanno il coraggio di tradurre in pratica queste parole? Uno studente che cominci a mostrar segni di autorealizzazione e di indipendenza personale, si sente dire subito di stare al proprio posto. Gli studenti indipendenti, consapevoli del proprio valore, esenti da complessi di colpa e da crucci, sono di regola definiti turbolenti.

Le scuole non sanno trattare i ragazzi che mostrano segni di anticonformismo. In troppe, la ricerca dell’approvazione s’identifica con la via del successo. I vecchi clichés del “cocco” dell’insegnante, del “lisciarsi” i professori, sono tali non senza ragione. Esistono, e funzionano. Se riscuoti elogi dai tuoi maestri, se ti comporti come hanno ordinato, se studi le materie preparate apposta per te, fai una buona riuscita il cui prezzo è però un forte bisogno di approvazione, dato che la tua fiducia in te stesso è stata scoraggiata praticamente a ogni svolta.

Di solito, verso la fine della scuola media inferiore, uno studente ha già imparato la lezione dell’approvazione. Richiesto, da un adulto che può consigliarlo, a quale tipo di scuola media superiore vorrebbe iscriversi, risponde: “Non lo so. Mi dica lei quale fa per me”. Può darsi che alla soglia della scuola media superiore incontri delle difficoltà nella scelta dell’indirizzo fondamentale, e che si senta molto più a suo agio se altri decidono per lui. In classe, imparerà a non discutere ciò che sente dire. Imparerà a fare un tema come si deve, e tutte le giuste interpretazioni dell’Amleto. Baserà una ricerca non sulle sue opinioni e sul suo senso critico, ma su citazioni e riferimenti bibliografici che dimostreranno la fondatezza di tutto ciò che dice. Se non impara questo metodo, sarà punito con voti bassi, e con la disapprovazione del professore. Al momento di diplomarsi, gli sarà difficile prendere decisioni, perché per dodici anni di fila gli è stato detto come e che cosa pensare. Sottoposto a questa dieta asciutta di “senti il parere del professore”, ora, al momento di diplomarsi, non sa pensare con la sua testa. Dunque egli desidera ardentemente di essere approvato, e apprende che ottenere la sanzione altrui equivale a essere promosso e a non avere problemi.

Al collegio universitario, tale indottrinamento prosegue secondo i medesimi schemi. …Scrivi due saggi a trimestre, del formato richiesto, (margini sul 16 e sull’84), consegnalo dattiloscritto, cura che si articoli in introduzione-svolgimento-conclusione, studia questi e questi capitoli… La gran catena di montaggio! …Conformati, fa contenti i professori, e ce la farai… Se finalmente a un seminario lo studente conosce un professore che gli dice: “Questo semestre, approfondisca l’argomento che più le interessa. Io la aiuterò e la consiglierà quanto posso, ma si tratta dei suoi studi ed è libero di portarli avanti come crede”, è il panico. …”Ma quanti lavori dobbiamo presentare?” “Per quando?” “Scritti a macchina?” “Quanti libri dobbiamo leggere?” “Quanti esami dobbiamo fare? “Quali saranno le domande?” “Quanto devono essere lunghi, i temi?” “Dove fissiamo i margini?” “Devo venire a tutte le lezioni?”…

Queste sono le domande che pone chi cerca approvazione, e la cosa non sorprende affatto, dati i metodi pedagogici ed educativi a cui abbiamo accennato. Lo studente è stato educato a fare tutto, non per sé, ma per un’altra persona, a compiacere il professore, a valutarsi su una unità di misura altrui. Le domande che egli pone sono il risultato finale di un sistema che esige la richiesta di approvazione, se si vuole sopravvivere. Pensare con la propria testa, atterrisce lo studente: è più facile e più sicuro corrispondere alle attese. 

Penso che la maggior parte di noi ha vissuto il primo grande problema legato al FARE quando ha dovuto, alla fine della scuola media,  scegliere quale scuola fare. Questa scelta, ci è stato spiegato, avrebbe dovuto segnare la nostra vita, quello che saremmo diventati da grandi, il lavoro che avremmo fatto.

Frena, Frena un attimo! Ma ti rendi conto che dalle elementari passiamo 5 anni, altri 3 nelle medie, e poi tutto d’un tratto almeno la mia generazione, nella mia scuola, in terza media ci hanno proposto qualche ora, dico qualche ora di orientamento, per scegliere che percorso proseguire!
Insomma cari adulti ci avete inserito in questo grande ingranaggio formativo, in questa macchina educativa che ci fa scendere alla stazione terza media senza prepararci su dove cavolo andare poi? Cari adulti facciamo un po’ di conti, adesso valutiamo per bene, … 9 mesi di scuola, da settembre a giugno, per 8 anni, dalle 8 di mattina alle 13, più o meno 5 ore per 6 giorni (30 ore la settimana), per 24 giorni al mese di media per 9 mesi (comprese le vacanze perché ci davano i compiti) fanno 900 ore, per 8 anni fanno 7200 ore, (SETTE MILA DUECENTO ORE) e voi adulti, professori, ci date solo qualche ora di orientamento prima di scendere dal primo vero treno? Insomma in tutta onestà è l’equivalente di un bel calcio nel culo! Che bravi! Eppure fu così.

Agli incerti (la maggior parte),  al primo grande incrocio che la vita, e l’ingranaggio della industria educativa gli poneva davanti, veniva consigliato di prendere una via  scientifica, umanistica, o tecnica, e qualcuno veniva rimandato perché non considerato pronto. Ma pronto per cosa? Se molti non sapevano nemmeno dove andare? Senza un obiettivo difficilmente c’è motivazione. Avrebbero potuto almeno farci scoprire che l’obiettivo è la felicità, e che siamo felici quando siamo in viaggio, e facciamo ciò che ci piace. Non è così difficile da dire, ed è pure corto. Basta solo ripeterlo con convinzione.

I rimpianti prima di morire.

Mi ricordo di aver letto in rete una ricerca fatta relativamente ai rimpianti e rimorsi e uno dei più diffusi era relativo agli studi: “se avessi studiato di più…, o se avessi studiato quella materia invece di…, se avessi fatto quella scuola invece di…”.

Come mai accade questo? Proseguiamo in questo viaggio di scoperta.

Ce lo racconta Bronnie Ware autrice del libro “THE TOP FIVE REGRETS OF THE DYING” che tradotto in italiano vuol dire “I PRIMI CINQUE RIMPIANTI DI CHI STA PER MORIRE”.

Bronnie lavora in Australia come infermiera. Assiste Malati terminali rimandati a casa, nelle loro ultime settimane di vita.
A queste persone, oltre a somministrare farmaci per alleviare le sofferenze, aveva l’abitudine di fare sempre la stessa domanda: c’è qualcosa che rimpiangi? Le risposte le ha prima raccolte in un blog poi in un libro e la prima quella detta più spesso è:

avrei voluto vivere la vita secondo le mie inclinazioni e non secondo le aspettative degli altri.

Bronnie sintetizza questo con la metafora “della gabbia”. Quella che la società ci butta addosso spacciandola per inevitabile. Le regole balzane del vivere assieme. «Chi se ne sta andando pensa ai desideri che ha realizzato. In genere sono meno della metà di quelli che avrebbe voluto. Di chi è la colpa? La risposta è sempre quella: mia. Avrei potuto, ho voluto, mi sono lasciato condizionare».

Alla fine del mare e della marea di cose da FARE scopriamo che il FARE è molto condizionabile, “FARE” che in definitiva ci fa ottenere le cose che abbiamo, e ci fa sentire spesso “essere” il lavoro che facciamo.

A questo punto vi riporto nel porto (che in sloveno si scrive Luka e suona come il mio nome) dal quale siamo salpati cioè prima di analizzare le parole:

avere successo
e
gente altamente efficace.

Perché ora ho gli elementi di cui avevo bisogno per valutare queste due distinzioni:

avere successo vuol dire Avere qualcosa che è succeduto, che è stato fatto (facciamo attenzione perché nel FARE siamo condizionabili), ed è relativo al passato.

Ma, gente altamente efficace cosa vuol dire?

Per comprendere Efficace partiamo nuovamente zaino in spalla alla ricerca del suo originale significato. Girando dentro etimo.it scopro che prima abbiamo bisogno di capire il significato di Efficiente.

Efficiente deriva dal latino Efficièntem, participio presente di Effìcere, composto dalla particella E (che sta per EX) e da Ficere per Facere. Il suo significato è: Che fa, Che opera, Che produce […] possiamo dire indifferentemente di una data cosa.

Mentre Efficace, che deriva pure lui da Efficere (fare), significa: che ha la potenza di raggiungere un dato effetto (preciso).

Pertanto il titolo originale di Stephen Covey “Le 7 abitudini della gente altamente efficace”, ora capiamo che vuole comunicare:

le 7 abitudini
cioè azioni costanti nel tempo, apprese, pertanto non imposte da regole, metodi relativi al fare, scelti perché percettivamente efficaci, cioè che hanno la potenza di raggiungere effetti, risultati precisi;

della gente altamente efficace
cioè abitudini fatte da persone che sanno fare azioni per produrre effetti precisi, voluti (non condizionati), distinti.

 

Giunti quasi al termine di questo viaggio di scoperta, rievoco ancora una volta lo spirito dello scrittore Christopher Morley che dal passato eccheggia:
C’è solo un Successo: essere in grado di trascorrere la propria vita a modo proprio.”

Ora possiamo distinguere l’importanza che ha in questa frase il termine “trascorrere”, che possiamo vedere come un sinonimo di “fare”,
sottolineando ancora che l’importanza di “FARE” succedere a “modo proprio”; può avvenire soltanto evitando di farsi condizionare, anche e sopra tutto attraverso abitudini (apprese) altamente efficaci.

 

Commento finale sul viaggio.

Mi chiedo se l’editore Franco Angeli Trend crede che gli italiani siano dei lettori da regolare?

Anche perchè personalmente prima di cambiare il titolo di Stephen Covey che ha letto centinaia e centinaia di libri sul miglioramento personale degli ultimi secoli, ed ha 10 lauree a Onoris causa, ci penserei 10 volte. Tuttavia mi sento di ringraziarli profondamente per avermi dato l’occasione di questo viaggio di scoperta, e di darmi l’occasione di applicare il potere delle distinzioni.

Vorrei finire questo viaggio ricordando che abbiamo visto che esiste una marea di cose che possiamo fare, di opportunità, e che la felicità non sta nel successo ma nel far succedere le cose, cioè nel fare ciò che ci piace. Aggiungo che intelligenza è fare in modo che questo fare ciò che ci piace riesca a darci un sostentamento per vivere e aiutare prima di tutto noi stessi per riuscire poi a donare e per-donare (donare nuovamente) a noi stessi e agli altri.


Fonti:

Citazione testo di Bronni Ware tratto dalla Stampa.it, articolo di Andrea Malaguti.

Approfondimenti:

Un esempio di educazione diverso lo possiamo trovare nel libro “I ragazzi felici di Summerhill” di Alexander Neil.

Relativamente alla regola sociale del contraccambio tanto ben spiegata nel libro di bordo di Robert Cialdini “Le Armi della Seduzione”.


Per i curiosi che vogliono sapere quali sono gli altri 4 rimpianti citati da Bronnie Ware:

La seconda: non avrei voluto lavorare così duramente.

L’ossessione. Esisto se emergo nella gara della competizione professionale. «Questo è un problema sopratutto degli uomini. Ma anche nelle donne sta cominciando a diventare centrale. Ci si chiude in ufficio e si perdono di vista i figli che crescono, si dimentica il rapporto con il proprio compagno e la propria compagna. In effetti ci si dimentica di sé».

La terza: avrei voluto avere il coraggio di esprimere i miei sentimenti.

Il pudore. L’imbarazzo. Le regole predifinite delle relazioni con gli altri. Il modo che vale più della sostanza. «Molti mi dicono: mi sono tenuto dentro ogni istinto di ribellione, mi sono vergognato di dire la verità al mio capo, di dire a mia moglie quanto l’amavo, ai miei figli quanto ero orgoglioso di loro. Così mi sono perso, mi sono rinchiuso. E la mia frstrazione ha finito per schiacciarmi, per rendermi infelice».

La quarta: avrei voluto restare di più in contatto con i miei amici.

Le priorità sbagliate. Il mondo ci porta lontano dalle persone che amiamo e noi diamo per scontato che sia così. «Altro rimpianto comune: non ho curato il rapporto con chi mi ha voluto bene. Ho sempre pensato: tanto sono lì. Mi aspettano. Poi i miei momenti di solitudine si sono moltiplicati, proprio perché avevo rinunciato a loro. Cioé a me. Cioé al mio mondo».

La quinta: avrei voluto consentirmi di essere più felice.

Il riassunto di tutto. Nel quinto rimpianto ci stanno dentro i primi quattro. Né sesso, nè soldi. Solo il bisogno di assecondare i propri amori, i propri odori, i propri sogni, i propri bisogni. Tutto quello che è già lì, semplice, solo da raccogliere. «E allora sarà anche banale, ma io non ho più dubbi: la vita è una scelta. Scegli la felicità».


2 Comments

  1. Splendido!
    Ho letto qualche mese il libro di Weyne W Dyer, rileggere questi due estratti me li ha riportati alla mente in modo molto chiaro!

    Complimenti, continua così :-)

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