L’educazione attraverso la terra: l’orto.

Posted by on Luglio 14, 2013

Ron Finley viene definito un giardiniere guerrigliero, io direi un ortolano visionario con una grandiosa e meravigliosa visione.

L’idea di avere orti e alberi da frutto in città dove le persone possono servirsi e mangiare pulito, secondo me sarebbe qualcosa di semplicemente magico, molto sociale ed educativo, invece dell’idea semplicemente decorativa di mettere solo piante come oggetti ornamentali urbanistici.

Quando manca l’idea di socialità e  di condivisione agli italiani (almeno quelli che conosco), mi è parsa chiara andando a vivere in un ex-paese socialista. Ad esempio per gli italiani sedersi fuori all’aperto al tavolo di un bar per mangiarsi il proprio panino portato da casa, magari forse ordinando qualcosa da bere, è semplicemente un idea inconcepibile. Probabilmente verremmo insultati e cacciati a malo modo da chi gestisce il locale pubblico. E questo è in parte capibile se il bar paga profumatamente per sfruttare quello spazio.

Ma quello spazio è di tutti in altre culture e nazioni, e fare una cosa del genere non è una cosa assurda, anzi meravigliosa.

Così come questa idea di usare lo spazio pubblico come orto per tutti è semplicemente fantastica.

Penso che anche gli operatori ecologici sarebbero semplicemente entusiasti di essere un po’ meno spazzini e un po più ortolani.

Come anche l’idea delle persone di occuparsi del bene comune come orto è una un’idea ecoluzionaria (per dirla al modo di Fin).

Mi immagino già le prime obiezioni del tipo: “ma chi si occupa poi di queste piante?”

Tanto per dirne una siamo un paese di VECCHI! Che vivono sempre più soli rintanati e sempre più impauriti (e arrabbiati) in casa.

Abbiamo un esercito di pensionati che hanno a disposizione milioni di ore utili, nelle quali farli sentire ancora utili per se stessi per gli altri quindi ancora parte attiva della comunità. Semplicemente questo potrebbe addirittura allungargli l’aspettativa di vita del doppio, come è stato dimostrato da alcuni esperimenti fatti con i malati terminali, ai quali fu dato loro una pianta da curare. Quelli che ebbero da curare una pianta vissero molto più a lungo di quelli a cui non fu data nessuna pianta da curare.

Ai miei occhi la motivazione è chiara, ovvero senza stimoli, senza un senso di sentirsi utili e parte di qualcosa, naturalmente ci lasciamo andare, sia come uomini e donne, che come società.

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